Le distorsioni del caso Sakineh

di Sabrina Scanti per Megachip

Non è stata impiccata, no. Sakineh – processata per l’omicidio del marito – è ancora viva e vegeta in prigione. Eppure gli allarmi rilanciati fino a ieri erano fortissimi: la stanno per uccidere, sì, lei, quella che rischiava la lapidazione perché donna in un regime che odia le donne. Ma non era vero niente. Così, milioni di piazze pavesate con il bel volto della donna iraniana, hanno composto gratis e in buonissima fede lo sfondo per l’instancabile propaganda che vuole la guerra contro Teheran.

Il corpo di Teresa Lewis, una “Sakineh” statunitense, giace da oltre un mese in qualche dimenticato cimitero, senza che «l’Unità» si sia presa la briga di mettere una sola volta la sua foto a fianco della testata, come invece fa ossessivamente da mesi per l’imputata iraniana. Come nascono queste distorsioni della percezione, il diverso peso di una vita rispetto a un’altra? Come mai un sistema penale è improvvisamente sotto gli occhi di tutti (l’Iran) e altri sono dimenticati (gli USA, l’Arabia Saudita?).

Le notizie che rimbalzano sul caso Sakineh, secondo gli organi informativi nostrani, provengono da varie Ong e organizzazioni umanitarie internazionali. Il lettore viene frastornato da una serie di sigle, che accumulandosi mettono in scena un movimento ampio. In particolare si fa riferimento al «Comitato internazionale contro le esecuzioni», al «Comitato internazionale contro la lapidazione», al «Consiglio centrale degli ex-musulmani», a «Iran Human Rights».

La particolarità è che le prime tre di queste organizzazioni fanno capo alla stessa persona: si tratta di Mina Ahadi, dissidente iraniana in Germania.

Le recenti notizie sull’imminente esecuzione di Sakineh Mohammadi Ashtiani comparse sulla nostra stampa sembrano avere tutte, dunque, la stessa fonte: ad esempio il «Sole24Ore» del 3 novembre cita il Comitato contro le esecuzioni (il cui portavoce è Mina Ahadi); il «Corriere della Sera» dello stesso giorno cita come fonte il Comitato contro la lapidazione (sempre Mina Ahadi), ma a rafforzare il discorso viene citato anche il portavoce di Iran Human Rights, il quale parla in una Adnkronos di “segnali inquietanti”, “preoccupanti”, che giungono da Teheran, ma poi specifica che mancano conferme. Dunque le sue dichiarazioni sembrano essere commenti rispetto a quanto già annunciato da Mina Ahadi, non altre fonti.

Le affermazioni di Mina Ahadi fanno sponda con Parigi e vengono riprese dal filosofo militante filoisraeliano Bernard-Henry Lévy che le amplifica attraverso il suo sito La règle du jeu. È da sottolineare che la campagna su Sakineh è partita e si è diffusa dalla Francia in tutta Europa soprattutto ad opera di Lévy, ma costui non cita mai fonti diverse da quelle provenienti da Mina Ahadi.

La Ahadi è anche la fonte principale (se non unica), in quanto testimone uditiva, circa l’arresto del figlio e dell’avvocato di Sakineh, avvenuto mentre i due stavano rilasciando una intervista a dei giornalisti tedeschi con la Ahadi che svolgeva il ruolo di interprete via telefono.

Mina Ahadi è un’esponente del Partito Comunista dei Lavoratori iraniano in esilio. Suo marito, impegnato nella stessa organizzazione, venne ucciso in Iran dopo la rivoluzione khomeinista. Ha lavorato dieci anni per la radio del partito quando faceva base nel Kurdistan iracheno. Riparata in Germania, nel 2007 ha fondato il Consiglio centrale degli «ex-musulmani» che ha come scopo la difesa dei musulmani, soprattutto all’estero, dall’ingerenza delle organizzazioni islamiche locali. Questa organizzazione propone addirittura l’abiura dell’Islam ritenendo che esso non sia riformabile, ma poi specifica che lotta contro l’Islam politico, non contro la religione.

Sarà, ma nel 2007 ha vinto il premio “Secularist of the Year” della UK’s National Secular Society, un’organizzazione britannica che promuove l’ateismo. A causa delle ripetute minacce di morte, vive costantemente sotto scorta.

Questo il contesto. C’è insomma uno sbilanciamento evidente verso una fonte e un’attenzione indirizzata verso uno solo fra i tanti governi che praticano la pena di morte.

Ora, l’ipotesi che incomba l’esecuzione di Sakineh non è inverosimile, dal momento che dal 2006 quella è la condizione nella quale la donna vive.

Nulla di strano che le autorità iraniane stiano aspettando che si smorzi l’ondata di sdegno della comunità internazionale per poi eseguire la condanna con meno clamore mediatico, con la stessa routinaria continuità di altri sistemi penali che praticano la pena capitale per casi di omicidio, come un qualsiasi tribunale del Texas o della Manciuria lontano dai riflettori.

Di certo, ora come ora, ad Amnesty International – organizzazione che non fa sconti né a Teheran né a Washington – non risultano le novità strillate da Bernard-Henry Lévy.

Non va in ogni caso dimenticato che secondo la legge iraniana l’attuazione della pena di morte per omicidio è a discrezione dei familiari della vittima e, secondo i documenti del tribunale, i familiari avrebbero già rinunciato al diritto di chiedere risarcimento.

Le urgenze scandite da una grancassa un po’ sospetta come Bernard-Henry Lévy stanno purtroppo offuscando l’attenzione che invece meriterebbe il tema della pena di morte nel mondo, uno dei punti più acuti della violazione dei Diritti Umani. Mentre le prime pagine erano distratte dal peso attribuito alla vicenda di Sakineh, giornali e telegiornali sono stati incapaci di ricordare una data facile facile: il 10.10.10. Era la Giornata Mondiale contro la pena di Morte, quest’anno dedicata – guarda un po’ – alla pena capitale negli Stati Uniti d’America. «In questo paese – ricordava Amnesty International – 41 prigionieri sono stati messi a morte dall’inizio del 2010 e oltre 3200 sono rinchiusi nel braccio della morte, nella drammatica attesa dell’esecuzione».

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