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Una passeggiata a Shanghai

15 aprile 2013

DUECENTO METRI
di Matteo Acmè

Appena faccio un passo fuori dal cancello di casa vengo quasi investito da una motoretta elettrica che viaggia sul marciapiede. Sopravvivo e mi incammino, fra bici e scooter e strani tricicli arrugginiti.

Subito incontro un banco della frutta (sono tanti e tutti uguali in questa parte di Shanghai): colori magnifici, forme per me nuove, tutto ordinatissimo in contrasto alla bolgia attorno. Dopo pochi passi incomincia una lunga serie di panni stesi (lenzuola, magliette, mutande) da schivare, così come un paio di uomini che mostrano la loro merce su un telo steso per terra: oggi vendono occhiali e cinture. Ieri erano appendini e scarpe. Domani sarà ancora qualcosa di diverso.

Una donna si abbandona su un vecchio divano, fra qualche bidone della spazzatura e una montagna di lenzuola, stoffe (di ogni colore), vestiti. Rimango col dubbio se li stia per buttare o per vendere.

Sull’altro lato della strada negozi e banchetti, tutti minuscoli, poco più di uno sgabuzzino aperto sulla via dove si accatastano ora borse, ora vestiti ora dvd o ruote e pedali di biciclette: è incredibile la capacità che hanno i cinesi di organizzarsi e vivere in spazi così ridotti. E pur nella confusione si intuisce un ordine “compresso”.

Arrivo a un primo incrocio, un trivio che manderebbe al manicomio qualsiasi vigile urbano. Inutile provare a dare o prendersi la precedenza. L’unica è tirare dritto, quasi a occhi chiusi, cercare di tenere un’unica direzione e fidarsi nell’abilità cinese a schivare gli ostacoli con manovre folli ma non casuali. Tendenzialmente funziona.

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