“Bullshit jobs”: fai anche tu un lavoro inutile?

“Faccio anche io un lavoro del cazzo?”

È questa la prima domanda che ci si pone non appena si inizia la lettura del saggio “Bullshit Jobs” dell’antropologo statunitense David Graeber. Il libro, come dice il sottotitolo, tratta delle “professioni senza senso che rendono ricco e infelice chi le svolge e costituiscono il fondamento del nuovo capitalismo globale. In italiano potrebbero definirsi lavori del cavolo”.

A parte la pudicizia del sottotitolo (io parlerei proprio di “lavori del cazzo”, ma continuerò usando “cavolo” per rispetto nei confronti dell’editore), è un libro veramente interessante.

Offre molti spunti di riflessione a cominciare dalla questione primaria: cos’è un lavoro del cavolo? Dopo alcuni tentativi, Graeber arriva alla definizione finale: “Per lavoro senza senso si intende un’occupazione retribuita che è così totalmente inutile, superflua o dannosa che nemmeno chi la svolge può giustificarne l’esistenza, anche se si sente obbligato a far finta che non sia così”.

Leggendo il testo dell’antropologo americano si scopre che esistono tantissimi lavori che non avrebbero alcun senso di esistere in una società normale. Qualifiche che vengono inventate solamente per dare occupazione a qualcuno; oppure che sono create per coprire un buco operativo in un sistema che potrebbe tranquillamente essere implementato; oppure per giustificare l’esistenza di un ruolo che potrebbe e dovrebbe essere essere coperto da qualcun altro all’interno dell’organizzazione.

Ma al di là di questo tipo di casi limite, c’è una domanda che ognuno di noi dovrebbe porsi per capire quanto il nostro lavoro sia necessario o meno. Ed è: se domani sparisse il mio lavoro, cosa succederebbe? Cosa succederebbe se semplicemente da domani il mio ruolo non esistesse più e io smettessi di punto in bianco di lavorare?

È ovvio che le conseguenze sarebbero le piú varie. Di alcuni lavori non si sentirebbe assolutamente la mancanza; di altri si noterebbe l’assenza magari solo sul medio o lungo periodo; di altri ancora però si noterebbe subito la scomparsa. Ed anzi, si può tranquillamente dire che senza alcuni di questi ultimi il mondo andrebbe rapidamente a rotoli.

Pensateci. Pensate esattamente in questo momento al vostro lavoro: cosa accadrebbe se domani non vi presentaste e rimaneste invece a casa a giocare ad Assassin’s Creed oppure andaste a fare il bagno al mare? Qualcuno sentirebbe la vostra mancanza dal punto di vista lavorativo (non umano, ché se non siete degli stronzi comunque a qualcuno mancherete)?

È molto probabile che il mondo andrebbe avanti lo stesso senza grossi scossoni. E allora domandatevi: perché lo faccio? Perché mi ostino ad andare a lavoro ogni giorno se alla fin fine svolgo una qualche attività superflua se non inutile (e a volte persino dannosa)?

Il libro di Graeber riporta molti casi di lavori senza senso che sono svolti dalle persone solo perché è importante avere un’occupazione, guadagnare tanti soldi, fare la gavetta, avere qualcosa da scrivere sul curriculum. Anche se poi questa “esperienza” sul CV è veramente solo nient’altro che un titolo vuoto, dove non si è fatto nulla di reale. Ma è più importante essere occupati in un lavoro del cavolo perché questo ci impone la “società” oppure imparare davvero un mestiere utile, fare qualche attività che ci piace, qualcosa che sia importante per gli altri e/o per noi?

Bullshits Jobs dà alcune risposte, ma soprattutto pone molte domande e instilla il dubbio.

Molto interessante è per esempio la riflessione secondo cui l’utilità del lavoro sembra essere inversamente proporzionale alla sua retribuzione economica. Quanti dei superpagati manager o dei broker bancari sono realmente necessari? Qualcuno sentirebbe la loro mancanza se sparissero dalla faccia della terra? Allo stesso tempo pensate agli spazzini, a quelli che puliscono le stazioni e i vostri uffici, ai cuochi di mense e ristoranti, se non al barista che vi fa quell’ottimo caffè la mattina prima di andare a lavoro: sentireste la loro mancanza se sparissero? Ovvio che sì. Senza alcuni di loro sarebbe persino impossibile vivere (pensate a cosa succede quando si accumula solo per qualche giorno la spazzatura sulle strade).

Eppure più un mestiere è necessario, più sembra essere poco retribuito (con alcune eccezioni, per esempio i medici).

Un altro spunto di riflessione interessante è stato quello del tempo lavorativo. È un tema che ho già trattato in passato, sottolineando quanto importante sia sfruttare al massimo il tempo che una persona ha.

Questo punto mi ha toccato da vicino, ci sono passato personalmente. Perché è necessario far vedere ai nostri capi che stiamo lavorando anche se non stiamo facendo nulla? Non è solo per fregarli, perché molti di loro in realtà sanno che è tutta una finzione, un gioco delle parti. Ma questo crea un corto circuito non da poco in cui “mostrare” di essere a lavoro è più importante del lavorare stesso.

Non solo. Questa situazione crea inoltre un paradosso.

Mi è capitato di trovarmi in luoghi di lavoro dove era importante far vedere di essere indaffarati tutto il tempo, tanto da dover restare oltre l’orario stabilito. Quest’idea che aleggiava sul posto di lavoro creava il complesso per cui se io me ne andavo in orario, voleva dire che lavoravo meno degli altri colleghi che invece rimanevano più a lungo. E questa è una follia! L’ho capito molto bene quando mi sono trasferito in Svezia, dove lavorare abitualmente oltre l’orario di lavoro non è consentito (anche perché sei pagato e nessun datore di lavoro vuole pagare extra inutili). Perché può succedere qualche volta di fare gli straordinari, ma se avviene ogni giorno significa che: o non sei in grado di svolgere i tuoi compiti lavorativi nell’orario stabilito e quindi sei lento; oppure vuol dire che c’è un problema di leadership perché il tuo capo ti ha affidato più lavoro di quello che sei in grado di assorbire. (Questo a livello generale, perché anche il mondo del lavoro svedese ha le sue storture)

La domanda che ogni datore di lavoro serio e capace dovrebbe porsi è questa: se il mio dipendente lavora piú tempo degli altri è perché effettivamente lavora di più o perché magari è piú lento a fare le stesse cose che gli altri fanno in meno tempo?

E poi la grande questione filosofica: perché se io riesco a fare tutto quello che devo fare in 6 ore invece che in 8, devo comunque stare altre due ore in ufficio e non posso invece spendere il mio tempo come meglio voglio, che sia al bar con gli amici oppure a imparare come si fa l’uncinetto? Perché il lavoro deve essere quasi sempre una sorta di punizione, del tipo: “Ti pago per stare qui otto ore e devi starci anche se non fai niente di utile”?

Come detto, un testo molto interessante e a suo modo illuminante. Se siete arrivati alla fine di questo articolo e quello che ho scritto vi ha stimolato una qualche riflessione vi consiglio assolutamente l’acquisto del libro.

Nella seconda parte, Graeber parla anche dell´UBI – Reddito di base incondizionato (Universal Basic Income). Una teoria economico-filosofica molto interessante. Ne consiglio la lettura e la comprensione soprattutto a tutti i simpatizzanti del Movimento 5 Stelle. Ma questa è già un’altra storia.

Per finire, vi lascio con un brano del saggio di David Graeber che riporto integralmente. Buona lettura!

Quanto meno il valore del lavoro viene riconosciuto in quello che produce o nei benefici che offre ad altri, tanto più si afferma l’idea che il lavoro abbia valore soprattutto come forma di sacrificio in sé; ciò vuol dire che qualunque cosa renda quel lavoro meno oneroso o più gradevole, perfino la gratificazione di sapere che esso giova ad altri, viene di fatto interpretata come una diminuzione del suo valore, e di conseguenza una giustificazione dei livelli di retribuzione inferiori.

Tutto ciò è sinceramente aberrante.

Da un certo punto di vista, non hanno del tutto torto coloro che sostengono che non stiamo lavorando quindici ore alla settimana perché abbiamo preferito il consumismo al tempo libero. Hanno solo interpretato nel modo sbagliato il meccanismo. Non è che lavoriamo di più perché trascorriamo tutto il nostro tempo a fabbricare PlayStation e a servirci l’un l’altro sushi; l’industria è sempre più automatizzata e il terziario vero e proprio rimane fermo a circa il 20% dell’occupazione totale. Al contrario non possiamo permetterci il lusso – come ha sintetizzato Kathi Weeks – di una «vita» perché abbiamo inventato un’asssurda dialettica sadomasochistica per cui crediamo che il dolore sul posto di lavoro sia l’unica possibile giustificazione dei nostri furtivi piaceri di consumo e, allo stesso tempo, perché i nostri lavori si mangiano una quantità sempre maggiore delle nostre giornate; e questo, a sua volta, vuol dire che quei piaceri furtivi sono i soli che abbiamo l’opportunitä di concederci. Sederci a un bar tutto il giorno a discutere di politica o a spettegolare delle vicende sentimentali degli amici porta via tempo (di fatto, giornate intere); viceversa, sollevare pesi o fare una lezione di yoga in palestra, ordinare da mangiare con Deliveroo, guardare un episodio del Trono di spade, o andare a comprare creme per le mani o apparecchi elettronici, sono tutte attività che è possibile inserire in fasce orarie a sé stanti e calcolabili, presumibilmente quelle rimaste tra un’ondata di lavoro e l’altra, oppure mentre ci si riprende dalla fatica lavorativa. Sono tutti esempi di quello che mi piace definire «consumismo compensativo». È il genere di cose che si possono fare per consolarsi di non avere una vita, o quasi”.

David Graeber – “Bullshit Jobs” (Garzanti – pagine 304-305)

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