Editori, redattori e direttori. Ovvero: i deliri di chi comanda nei giornali

Qualche anno fa mi trovavo a lavorare per un giornale (non dirò il nome così sarà impossibile risalire all’identità delle persone che saranno citate in questa storia) dove mi succedevano delle cose bislacche. Di giornali ne ho girati tanti, ma quello che accadeva in quella redazione è difficile da spiegare. Anzi, è proprio impossibile se non si è vissuto in prima persona.

Preso dalla “nostalgia”, mi sono andato a rileggere alcuni vecchi scambi di comunicazioni interne e mi sono imbattuto in una mail del direttore che è assolutamente folle. E’ una mail che, a mio avviso, mostra uno dei motivi per cui i giornali italiani vanno male: sono diretti da gente spesso fuori dal tempo chiusa nel guscio delle proprie convinzioni.

La mail comincia così:

Carissimi,
Mi rendo conto dello stress al quale siete sottoposti quotidianamente nel lavoro redazionale, quindi sappiate che non c’è nessuna pretesa nessuna fretta in quanto sto scrivendo adesso. Fatta questa premessa, procedo.

E infatti dopo due righe, scrive:

Il succo è questo: è arrivato il momento di mandare indietro i pezzi non validi appena arrivano.

E meno male che non c’era “nessuna pretesa” e “nessuna fretta“! Ma vabbè, finora la ramanzina è ancora ok. Sennonché, parlando del tipo di lavoro che si aspetta dai suoi collaboratori, il direttore scrive:

Quando dico “coerenza” intendo quello che gli inglesi chiamano “consistency”, ovvero la coerenza.

Questo passaggio è fantastico. Mi chiedo: ma che cazzo di spiegazione è? Cioè, pretendi “coerenza” negli articoli e per chiarire il concetto prima traduci la parola in inglese, così giusto per far vedere che sei figo, e poi la ripeti tale e quale in italiano?
Vabbè.

Si passa poi avanti e il diretur ci spiega come si fa a riconoscere un bell’articolo da uno brutto. Dopo aver specificato che:

il nostro pubblico pretende testi scritti chiari, pieni di notizie, ogni frase un’informazione

dopo appena poche righe aggiunge:

Saper scrivere qui è essenziale. Avere per le mani una buona storia non basta per essere pubblicati. Bisogna scriverla bene.

Questo è esattamente il contrario di ciò che ogni giornalista impara solitamente nelle redazioni e nelle scuole di settore. Sin dal primo giorno in cui un giovane entra in un giornale, impara che il giornalista è quello che trova le “notizie”, che scova “storie” originali e interessanti. Sapere scrivere bene non è una conditio sine qua non. «Se ti piace scrivere, fai lo scrittore. Il giornalista non è quello che ‘scrive bene’, ma quello che ha il senso della notizia», ripeteva sempre un vecchio collega della Stampa. Poi certo, neanche si può scrivere con i piedi e con gli errori di grammatica. Ma la tecnica giornalistica, il modo per scrivere un articolo senza troppi fronzoli, si impara – e senza nemmeno grandi problemi.

Insomma, se un articolo contiene la “notizia”, poi si pubblica. Senza se e senza ma. Se è scritto male, pazienza: poi si aggiusta. Ma il mio direttore non era d’accordo.

E conclude la sua mail così:

Ho immaginato che da questi miei appunti possa venir fuori un diagramma di flusso da impiegare ogni volta che si deve valutare un pezzo.

Grazie a Dio non ne è venuto fuori proprio niente.

Tante altre cose potrei raccontare dell’avventura – per fortuna breve – in quel giornale. Ricordo di una volta in cui il direttore cassò un articolo perché diceva che era uguale a un altro che già avevamo in pagina.
“Ma l’hai letto?”, provò a chiedere un mio collega.
In realtà no…. Ma queste storie in fondo sono tutte uguali”.

Ricordo ancora di quella volta in cui il vice-direttore si impuntò perché voleva scrivere Tokyo con la “i”, cioè Tokio. Per dirimere la questione interpellai una collega nipponista che parla fluentemente il giapponese che mi spiegò come la traslitterazione segua regole ben precise e che scrivere “Tokio” è proprio un errore, un po’ come scrivere “Firense”. Ma lui niente, da quell’orecchio non ci voleva sentire: per lui la versione corretta era “Tokio”.

Poi ci si domanda ancora perché l’editoria sia in crisi.

PS- Per fortuna continuammo a scrivere “Tokyo”.

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