La crisi dei giornali

Si torna a parlare sui media di crisi dei giornali. L’occasione è l’annuncio da parte della proprietà di Repubblica del prepensionamento di 80 giornalisti della testata. Si discute dell’argomento sui giornali solo perché riguarda i giornalisti stessi, che continuano nella pratica comune dell’autodifesa della categoria. Perché se un’altra azienda delle dimensioni simili a quelle della proprietà di Repubblica avesse messo in prepensionamento 80 persone (non licenziate, ma “prepensionamento”), come notizia avrebbe a malapena occupato le pagine della cronaca locale.

Invece c’è già chi si straccia le vesti.

Barbara Palombelli sulle pagine del Foglio si prodiga nell’ennesima squallida difesa della Casta, piagnucolando che “in silenzio, con dignità e dolore, una generazione intera – i nati dal 1952 al 1957 – lascerà il giornalismo attivo”. La Palombelli però non si fa nemmeno trapassare di striscio dall’idea che le “giovani” generazioni (che giovani non lo sono più, ormai) – ovvero quelli nati negli anni ’80 – non vedranno probabilmente né le pensioni né le prepensioni. E questo per errori ed orrori che proprio la sua generazione ha collezionato nei decenni.

La crisi dei giornali incombe: tutti si lamentano, tutti piangono miseria, alcuni chiedono aiuto (ancora?) allo Stato, qualcuno prova a reagire. Ma quasi nessuno dice la verità: ovvero che i giornali non vendono perché fanno schifo.

Se la “costanza” del lettore dei quotidiani viene meno, ciò dipende, sosteneva Walter Lippmann, da molti elementi. Ma il più importante, aggiungeva, è che “ciascuno di noi tende a giudicare un giornale da come tratta quella parte delle notizie in cui si sente coinvolto”.
E perché, allora, i lettori de “la Repubblica” di Ezio Mauro dovrebbero appassionarsi fino alla nausea alla saga politica del Pd e del suo maghetto viola, Matteuccio Renzi?

E perché da alcuni anni i lettori del “Corriere” di Flebuccio de Bortoli dovrebbero riconoscersi, e farsi trascinare in edicola, da un giornale che da anni picchia alla cieca in testa a tutte le Caste (altrui) e che per oltre un anno ha sostenuto il governo Monti Lacrime&Sangue, il peggiore della storia repubblicana?

Già, morire (in edicola) per Renzi o Enrico Letta?

A fare questa tragica analisi dei due maggiori quotidiani italiani è forse uno dei pochi giornalisti che può permetterselo platealmente: Roberto D’Agostino, che col suo sito Dagospia è fuori da quasi tutti i meccanismi che stanno portando lentamente i giornali alla morte.

Nessuno fa autocritica, nessuno si guarda allo specchio. Nessuno si fa delle domande basilari: perché, in una società dove ormai anche la classe media e colta fa fatica ad arrivare a fine mese, una persona dovrebbe spendere più di un euro al giorno per comprare un giornale in cui non trova nulla di interessante?

Analisi finte e superficiali, inchieste assenti o da quattro soldi, mancanza di notizie vere. In compenso tanto chiasso, titoli urlati, tanto teatrino politico, molti specchietti per le allodole.

Si dà continuamente la colpa al Web e alla diffusione gratis delle notizie. Eppure mi pare che i giornali siano sopravvissuti in passato ad altre due ben più grandi rivoluzioni tecnologiche: la radio e la televisione.

Se adesso gli addetti ai lavori sono incapaci di rinnovarsi, forse dovrebbero cercare di capire i motivi profondi della crisi in cui versa l’editoria. E non lamentarsi e chiedere sempre aiuti dall’alto.

Nell’Italia della post Rivoluzione “all’Italiana”, figlia bastarda di Tangentopoli e sostenuta dagli editori dei Poteri marci nel tentativo di farla franca nella grande retata di Mani pulite, il vecchio e triste politichese è stato ahimè sostituito sui media-megafono; con l’invettiva ululata; la vajassata; le bastonate alle Caste (altrui); lo scandalismo da lavandaia; le interviste-cabaret o, peggio, in ginocchio…

Un giornalismo, insomma, “banalizzato” e “sacrificato” al solo scopo di combattere alla cieca la partitocrazia; una stampa autoreferenziale e supina al mondo dei Poteri marci che oggi agonizza e diserta i “patti di sindacato” con lena forse superiore ai lettori (smarriti e confusi) dei quotidiani.

Mi piacerebbe sapere cosa ne pensano i miei colleghi, al di là delle ipocrisie di facciata.

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Una Risposta to “La crisi dei giornali”

  1. Redazione Says:

    Non so se sonop un “collega”, nel senso che sono un giornalista piccolo piccolo, e sono uno di quei nati negli Ottanta che tu descrivi, per cui l’astio che nutro verso il “sistema” è il mio “prosciutto sugli occhi”. Condivido tutto. Se vogliamo fare autocritica pure noi 80’s però dico che è anche colpa nostra: noi lamentiamo di non essere parte del “sistema” e lo vorremmo vedere modificato per consentirci l’accesso. Non abbiamo però capacità inventiva, ambiamo a lavorare per un giornale in modo tradizionale, ci consideriamo degli intellettuali sprecati, e invidiamo i soldi di è dentro il “sistema”. Non siamo abbastanza aggiornati, non conosciamo le moderne tecniche giornalistiche (leggevo che in America va forte il data journalism) e non ci aggiorniamo. Non conosciamo le lingua abbastanza bene per lavorare all’estero e restiamo quindi, al pari dei “vecchi” dei provinciali che dicono che l’uva non è buona perché non ci arrivano.

    Matteo (Zola)

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