Una passeggiata a Shanghai

DUECENTO METRI
di Matteo Acmè

Appena faccio un passo fuori dal cancello di casa vengo quasi investito da una motoretta elettrica che viaggia sul marciapiede. Sopravvivo e mi incammino, fra bici e scooter e strani tricicli arrugginiti.

Subito incontro un banco della frutta (sono tanti e tutti uguali in questa parte di Shanghai): colori magnifici, forme per me nuove, tutto ordinatissimo in contrasto alla bolgia attorno. Dopo pochi passi incomincia una lunga serie di panni stesi (lenzuola, magliette, mutande) da schivare, così come un paio di uomini che mostrano la loro merce su un telo steso per terra: oggi vendono occhiali e cinture. Ieri erano appendini e scarpe. Domani sarà ancora qualcosa di diverso.

Una donna si abbandona su un vecchio divano, fra qualche bidone della spazzatura e una montagna di lenzuola, stoffe (di ogni colore), vestiti. Rimango col dubbio se li stia per buttare o per vendere.

Sull’altro lato della strada negozi e banchetti, tutti minuscoli, poco più di uno sgabuzzino aperto sulla via dove si accatastano ora borse, ora vestiti ora dvd o ruote e pedali di biciclette: è incredibile la capacità che hanno i cinesi di organizzarsi e vivere in spazi così ridotti. E pur nella confusione si intuisce un ordine “compresso”.

Arrivo a un primo incrocio, un trivio che manderebbe al manicomio qualsiasi vigile urbano. Inutile provare a dare o prendersi la precedenza. L’unica è tirare dritto, quasi a occhi chiusi, cercare di tenere un’unica direzione e fidarsi nell’abilità cinese a schivare gli ostacoli con manovre folli ma non casuali. Tendenzialmente funziona.

Al bordo della strada un gruppetto di uomini in tuta mimetica fumano al sole, non pare abbiano altro compito. Sui due lati della via si aprono stretti vicoletti che fanno intravvedere spazi ancora più angusti, e case buie e umide. È dove si ritira tutta questa gente quando viene la notte, ma la vita è in strada dove almeno arriva un po’ di luce, dove i bambini giocano e corrono, dove i vecchi chiacchierano, mangiano e sputano.

Già perché nel frattempo è iniziato il tratto gastronomico della via. Sulla sinistra una donna cuoce focaccette al sesamo in un bidone che credo contenga carbone; la ritroverò stasera insieme al marito a preparare l’impasto per il giorno dopo. Dietro di lei tre uomini giocano a carte, fumando al tavolino. Un’altra coppia frigge su un carretto: salamini, patatine e una specie di tofu che puzza in una maniera terribile, giuro, è difficile anche passarci di fianco – meglio i fumi di uno degli antichi camioncini che si fanno largo nella ressa. E poi ci sono zuppe di ogni tipo e tutti mangiano, seduti fuori dai loro negozietti, anzi, in tanti casi chi vende stoffe o cianfrusaglie è organizzato anche per cucinare qualcosina.

Sulla destra un piccolo parcheggio apre un po’ la visuale: più dietro ci sono altre baracche e ancora più in là, come in ogni direzione a Shanghai, un mare di grattacieli. Due galli, legati per una zampa dirigono il traffico dalla cima di una carriola. Fra due casupole un palo della luce fa da tronco per un rampicante rinsecchito, fra i rami spuntano innumerevoli fili che vanno ad aggrovigliarsi in altre matasse a destra a sinistra in alto e in basso.

Anche nelle case in muratura, piccole palazzine comunque in minoranza, il piano terra è dedicato al commercio: ancora tessuti, di ogni tipo, ammucchiati ovunque, fra banchetti da ferramenta, sarte con vecchie macchine da cucire e una pescheria da marciapiede, con decine di tipi di pesci (ma anche tartarughe, anguille e esseri non meglio precisati).

Le case sono bassissime: il piano terra di solito è di mattoni, qualche volta cemento, e funge da negozio e da salotto insieme; una scaletta porta al secondo piano, molto spesso in legno, in cui è difficile pensare che si possa stare in piedi, con piccole finestrelle, qualche volta senza vetri. Ogni tanto la mattina mancano un muro oppure un tetto, qualche volta una casa viene tirata giù (o crolla?): sembrano così fragili che basterebbe un uomo con un martello per trasformarle in macerie.

L’attività continua fra chi sega infissi senza la minima protezione per occhi e mani, chi cucina focaccette al tornio, chi aggiusta scarpe. Le motorette continuano a minacciare i passanti in un fiorire di clacson ma senza mai una lite o un insulto.

Una vecchia millenaria semplicemente sta lì seduta sul bordo della strada.

Io sono arrivato a un altro incrocio. Mi fermo, mi volto. Avrò camminato per appena duecento metri.

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