La verità che nessuno scrive sulla Casta dei giornali

giornalista

“L’amministratore delegato di Rcs, Pietro Scott Jovane, ha annunciato un piano triennale di ristrutturazione lacrime e sangue, ‘quel che la Merkel fa con il resto dell’Europa, per intenderci’: austerità pura, rigore nei conti, tagli drammatici. E il rilancio? Più avanti ci si penserà, forse…”.

Così scrive Paola Peduzzi per Il Foglio (che citerò varie volte nel corso del mio post).

La questione di cui si parla nell’articolo è che il gruppo Rcs, di cui il Corriere della Sera fa parte, deve fare dei drastici tagli per sopravvivere. Ma i giornalisti del Corrierone non ci stanno: “Nessun sacrificio, il quotidiano va bene. Se ci sono delle perdite in bilancio la colpa è degli altri”, strepita il Cdr (mostro multicefalo tipico dei giornali, sotto la cui sigla si cela il Comitato di redazione).

Ma non va bene proprio un cazzo, cari “colleghi” del Corriere.

Ma se tutti considerano inevitabile un bailout di Rcs, chi lo pagherà? Nessuno lo sa, però alla redazione di Via Solferino non importa nemmeno trovarla, una risposta. In un momento in cui razionalità vorrebbe che, per salvare il posto di lavoro, i giornalisti fossero disposti a qualche sacrificio, si scopre che no, ci sono valori non negoziabili.

Perché la verità che nessuno scrive, in quanto coloro che dovrebbero scriverla sono gli stessi diretti interessati, è che se i conti dei giornali vanno male è anche per le idiote spese di gestione dei giornali stessi. Perché le redazioni sono popolate da vecchi parrucconi sessantenni (o giù di lì) che prendono 5-6mila euro al mese netti (o più) per stare seduti su una sedia davanti a un computer, fare una telefonata ogni tanto (a spese dell’editore, chiaramente) e scrivere il loro articolo quotidiano. Sono tutti quelli che sono stati assunti negli anni d’oro del giornalismo italiano, cioè negli anni ’70, ’80 e fino ai primi ’90. Che hanno contratti blindatissimi e che non muovono un dito (o una natica) se non sono lautamente ricompensati.

Se non fosse però che ogni cazzo di quotidiano in Italia non uscirebbe, o andrebbe in stampa con la metà della foliazione, se non ci fossero tutti quei precari (giornalisti pagati 15 euro a pezzo o con urticanti contrattini di collaborazione) che grazie al loro impegno producono la mole più grossa del lavoro. Sono persone che con la loro tenacia reggono in piedi il sistema dell’informazione del Belpaese. Che spesso rischiano di proprio perché non hanno gli avvocati dell’editore alle spalle e che fra telefonate e biglietti del tram alla fine spendono più di quello che incassano. Giornalisti che il tanto agognato contratto regolare “Articolo 1” non lo vedranno mai nella vita, cari blindatissimi “colleghi” del Corriere.

“I benefit non sono benefit, fanno parte della retribuzione”, sottolinea il Cdr al Foglio. Ecco, è anche per questa mentalità che i giornali vanno al macero: una mentalità da Casta (sì, cari amici, esiste pure la Casta dei giornalisti. Solo che nessuno lo scrive perché chi ne dovrebbe scrivere ne fa anche parte).

Perché sarà anche vero che il cronista di giudiziaria X.Y. riesce ad avere tutte le informazioni che gli servono perché chiama l’amico giudice o procuratore che gli spiffera tutto quello che vuole; sarà verissimo che la giornalista W.Z. alza la cornetta e trova dall’altra parte la sua fonte nei servizi segreti o il generale delle forze dell’ordine pronti a rivelarle tutto. Ma è anche vero che nessun “giovane” potrà mai aspirare ad arrivare a quel livello se i “colleghi” di cui sopra sono sempre impegnati solo nel difendere i propri interessi invece di uno scopo più alto. Il tutto mentre sempre i suddetti “giovani” si fanno il mazzo per 10 euro.

Perché poi, cari “colleghi”, la verità è che a forza di stare col culo incollato alla poltrona si perde il contatto con la realtà. E non è un caso che quasi nessuno dei blindatissimi giornalisti mainstream abbia capito un’acca del fenomeno Grillo, “cannando” tutte le previsioni sulle elezioni. Perché mentre qualcuno era troppo impegnato a difendere i suoi 6mila euro mensili (+ benefit, non sia mai), nel frattempo c’era una sempre più grande fetta dell’Italia che era invece stremata, assorbita completamente dal far quadrare i conti per arrivare a fine mese con poco più di mille euro con famiglia a carico. Gente comune che ascolta chi le parla di problemi reali. E che non è impegnata a far “passare” sul giornale del giorno dopo le supercazzole del politico amico che in cambio gli spiffera gli intrighi del Palazzo (e non mi strepitate di “libertà di stampa”, ché l’80% di voi è servo di un padrone, materialmente se non peggio mentalmente).

Continuate a ballare sul Titanic che affonda. Divertitevi, se vi piace e vi sta bene così. E tralascio il dirvi dove vi consiglierei di mettere il vostro benefit.

Qui ci si sente i Padroni dell’Universo del giornalismo, perché questa è la riserva editoriale della Repubblica italiana. […] Ma quei costi, che servono a tenere alta la capacità professionale dei giornalisti e il loro essere o sentirsi il numero uno, sono diventati nei decenni lussi leggendari, liti contrattuali sulla tipologia di monovolume da acquistare, note spese in cui tutto era permesso, e tutto includibile: bollette telefoniche da migliaia di euro per scaricare video e film; corsi di danza, di violino, di taglio e cucito; stage di formazione trascorsi alle Seychelles con tutta la famiglia e corsi di aggiornamento spesi in lavastoviglie e macchine per il caffè nuove.

PS- Per chiarezza: non ce l’ho in particolare con i giornalisti del Corriere, ma in generale con la Casta dei giornalisti. Di cui anche molti di loro tuttavia fanno parte.

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4 Risposte to “La verità che nessuno scrive sulla Casta dei giornali”

  1. Matteo Says:

    Credo che il “deafault” di Rcs sia una buona notizia, almeno lo è per coloro che credono che il giornalismo (in tutte le sue componenti istituzionali, le quali determinano il funzionamento della professione) sia non riformabile dall’interno. E se non è riformabile dall’interno, sperare in un intervento “esterno” (giocoforza politico) che ridefinisca il sistema dei media in Italia è pura utopia. Ecco perché lo schianto del Titanic, il crollo del sistema “protezionistico” tramite cui si regola oggi la professione giornalistica, è l’unica possibilità di cambiamento. Poi c’è sempre il rischio che dalle macerie inabissate del Titanic vengano a galla solo gli stronzi, ma è un rischio da correre secondo me.

  2. bia Says:

    «a forza di stare col culo incollato alla poltrona si perde il contatto con la realtà» eh già! Cmq condivido in pieno tutto il post.

  3. Pigi Battista, giornalista molto amato e imparziale | Says:

    […] lui non ho mai avuto una buona opinione. Penso che faccia parte di quella casta dei giornalisti di cui ho già parlato e ogni volta che lo leggo o lo sento parlare, mi viene da pensare che viva in un mondo tutto suo, […]

  4. La crisi dei giornali | Says:

    […] giornali solo perché riguarda i giornalisti stessi, che continuano nella pratica comune dell’autodifesa della categoria. Perché se un’altra azienda delle dimensioni simili a quelle della proprietà di Repubblica […]

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