L’ultimo pugno

Trenta anni fa Mohamed Ali disputava l’ultimo incontro di una gloriosa carriera. The greatest perdeva ai punti contro Trevor Berbick, futuro campione del mondo che perderà la cintura dei pesi massimi contro un giovane Mike Tyson.

L’ultimo incontro di Ali fu poco meno di un calvario. A 39 anni, era lento e stanco, provato dalla malattia che già iniziava a far sentire i suoi colpi più pesanti. Ma nonostante questo, non è caduto al tappeto.

Emanuela Audisio per Repubblica lo ricorda così.

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LA FINE, trent’anni fa. A Nassau nelle Bahamas. L’ultimo ring, l’ultima ostinazione, l’ultimo tutto. Braci spente, pugni in saldo. Ali scese per sempre dal quadrato. Quello che restava di lui se ne andò sulle sue gambe, ma la tristezza restò. La stessa di oggi a guardarlo seppellire i suoi avversari, ad accompagnare la bara di Frazier.

Gonfio, spento, irriconoscibile. La bellezza svanita. Un’ultima volta sbagliata quella dell’11 dicembre ’81, niente funzionava: il match Ali-Berbick iniziò con due ore di ritardo, non si trovavano le chiavi dello stadio, mancavano gli spogliatoi, c’erano solo due guantoni e la campanella fu rimediata in un camion. L’organizzatore dell’incontro, James Cornelius, era stato arrestato già nove volte per traffico di auto rubate.

Un’infima riunione per il pugile che si definiva il più grande, per il campione che aveva cambiato lo sport, ormai all’ultimo pugno. Un’esecuzione più che un match: 14 anni di differenza. Ali che aveva restituito la licenza di pugile alla commissione del Nevada, prometteva miracoli: “Dicono che sono in bancarotta, malmesso, rovinato, che ho danni al cervello e alla parola, i reni a pezzi, quasi morto. Combatto in esilio. Ma vi farò vedere, vi sconvolgerò, sarò il primo 39enne ad essere campione del mondo per la quarta volta”. Sua madre, più sincera, era preoccupata: “È troppo vecchio per boxare, non voglio che mio figlio si faccia male”.

Nessuno aveva voglia di trasmettere quella boxe decadente:

niente diretta, i tre maggiori network americani dissero no, non erano interessati al supplizio. C’era voglia di guardare da un’altra parte, l’ultimo spettacolo stavolta era uno strazio. Era pronto anche lo slogan: “Drama in Bahama” poi ribattezzato “Trauma in the Bahamas”.

Berbick, come tutti quelli convinti di aver visto Dio, non si fece incantare e fino a cinque ore prima dell’incontro non voleva salire sul ring, reclamando che ancora gli dovevano 250 mila dollari. Rifiutò una cambiale e glieli portarono in una valigetta. Non era un fenomeno, ma era un pugile rozzo e solido: 22 incontri da professionista, 17 su 19 vinti per ko. Per Ali, solo un pivello, uno sguattero della violenza.

Ali era grosso, pesante, lento. Non correva, camminava. E rientrava dal footing in limousine. Prendeva un passaggio perché non ce la faceva più. Aveva smesso nel ’79, era tornato nell’80 contro Holmes che lo aveva picchiato per undici round. Una punizione selvaggia. Troppo pure per un immortale. La fine era vicina. Lo sapeva anche sua figlia Maryum di 12 anni. “Piangevo quando lo vedevo combattere, anche se vinceva. Non mi piaceva quando lo colpivano, ma contro Berbick per la prima volta gli augurai la sconfitta. Non volevo salisse più sul ring, quella sera ero seduta nell’ultima fila del primo anello e ricordo che mi dissi: se perderà, smetterà, e sarò felice”.

Se tua figlia ti vuole sbattere a terra per non avere un papà tumefatto significa che sei andato oltre. Non c’è tanta cronaca di quell’incontro, non serviva. Ali fu colpito, la sua faccia in pena diceva tutto: non aveva più nulla da tirare fuori, tutto era stato consumato. Berbick abusò, Ali resistette: lottò nella quinta e sesta, nella nona beccò un colpo micidiale alla testa, nella decima finì alle corde. Un fantasma, ma non faceva più paura. Nudo e ammaccato davanti al mondo.

Tutti e tre i giudici votarono per Berbick che vinse ai punti. E Ali disse finalmente basta. Dopo 61 incontri, di cui 56 vinti, 37 prima del limite, e 5 persi. La grandezza era svanita e lo ammise. “Padre Tempo mi ha preso. È la fine, devo affrontare la realtà. Dopo Holmes avevo delle scuse: ero troppo debilitato, non respiravo bene. Ora non le ho più, ma almeno non sono finito a terra. Nessuna foto di me al tappeto, nessun dente rotto, né faccia insanguinata. Sono sempre bello. E non me la sono cavata male per un quarantenne. Tutti perdiamo, tutti invecchiamo”.

Tutti sì, ma da quando in qua lui era tutti? Sapeva che non avrebbe più combattuto, almeno non in quel senso. Finiva tutto: niente più grandi notti piene di troppo, la cometa si spegneva. Arrivava il buio, nessun happy end. Tornò a Los Angeles. In una bella villa, piena di tappeti persiani, ma lì dentro era solo, vuoto, infelice. Divorziò dalla modella Veronica Porche, non dal Parkinson. Non si ricordava più bene, molte sue parole erano incomprensibili. La gente cominciò a dirgli: cosa hai detto? non ti capisco.

Berbick, l’ultimo a battere Ali: la storia non capì nemmeno lui. La sua era una gloria sporca, da pessima reputazione. Lo guardavano storto: non si malmena un dio. Nell’86 diventò campione del mondo, otto mesi dopo perse il titolo contro il ventenne Mike Tyson, che lo stese al secondo round: “Per vendicare Ali”.

Quella notte dell’81, troppo maledetta e punitiva, continuò a fare male. Ma nessuno dei due avrebbe più potuto raccontarla. Né il boia, né la vittima. Berbick perse la vita nel 2006, un nipote gli aprì la testa con due colpi di machete, Ali perse la parola e la memoria. Una notte dimenticata, appunto.

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2 Risposte to “L’ultimo pugno”

  1. semprevento Says:

    …triste…
    Ma Mike Tyson, che fine ha fatto???
    …anche dietro a lui ci sono delle cose poco chiare…
    ricordo che mi piaceva un sacco…era una furia…
    poi è successo qualcosa e l’ingranaggio si è inceppato…

    bell’articolo..
    vento

  2. Anonimo Says:

    Quel match Tyson lo vince con una facilità disarmante. Il tragico balletto di Trevor Berbick sul ring dell’Hilton, quel 22 novembre 1986, non lo scorderò mai. Sembra un burattino a cui hanno tagliato i fili. Prova ad alzarsi per poi ricadere ogni volta giù, senza equilibrio. A spezzare il suo legame con la realtà è un giovanotto di venti anni, un pugile destinato a entrare nella storia dello sport. Dopo quell’incontro il ragazzo mette assieme altre nove vittorie, unifica il titolo dei massimi, si convince di essere imbattibile. Scoprirà troppo tardi che in un match di boxe puoi difenderti perché c’è un arbitro che fa rispettare le regole. Nella vita, non sempre è così.

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