“Wikileaks? Tutto fumo negli occhi”

Un hacker  – nome in codice “H@rlock” – intervistato da PeaceReporter, va giù duro contro Assange e Wikileaks, espondendo molti dubbi riguardo le loro presunte rivelazioni. Dubbi ampiamente condivisi ed espressi da me in passato.

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Come viene vissuto e interpretato nel vostro ambiente lo scalpore mediatico mondiale suscitato dai ‘leak’ di Julian Assange?
Premetto che non parlo a nome di qualsivoglia movimento hacker: esprimo solo il mio punto di vista personale. Detto questo, è evidente che gli ultimi documenti diffusi da WikiLeaks non rivelano nulla di nuovo: non fanno altro che confermare verità già note o del tutto scontate. Nessuno scoop, nessun mistero svelato: solo una valanga di gossip internazionale, perfetta per distrarre l’opinione pubblica da questioni ben più importanti, come la crisi strutturale dell’attuale sistema economico: meglio che la gente pensi ad altro! E tutto fumo negli occhi. Se quelle di WikiLeaks fossero informazioni realmente scomode e imbarazzanti per il potere, i mass media avrebbero reagito come hanno sempre fatto in questi casi: le avrebbero ignorate, o quantomeno minimizzate. Invece gli hanno dato il massimo rilievo: prima hanno creato l’attesa, la suspense, ora non parlano d’altro. Hanno fatto di Julian Assange, fino a poco tempo fa sconosciuto ai più, un’icona planetaria utile al sistema di potere.

C’è chi sostiene che se Assange rappresentasse realmente una minaccia al sistema, sarebbe già morto o in galera.
Al sistema, Assange serve vivo e latitante, come Bin Laden: se lo facessero fuori o lo arrestassero, perderebbe la sua funzione e diventerebbe un martire scomodo. Mi spiego. L’operazione WikiLeaks, oltre ad essere un utile diversivo di massa, è anche un ottimo pretesto per chi vuole limitare la libertà della rete e la libertà di informazione in generale. Se si paragona questa fuga di notizie a un ‘attacco terroristico’, a un nuovo ’11 settembre informatico’, se si trasforma Assange nel ricercato globale numero uno alla stregua di Osama, è per poter giustificare una guerra globale alla libertà della rete. Assange non rappresenta una minaccia al sistema perché ne fa parte, o per lo meno è stato così ingenuo da farsi manipolare da esso.

Da chi? Se Assange è un burattino, chi sono i burattinai? Chi c’è dietro WikiLeaks? Chi la finanzia?
Una cosa è certa: WikiLeaks non vive di donazioni. Fino a poco tempo fa non avevano fondi sufficienti, erano sull’orlo della chiusura. Poi, improvvisamente, i soldi sono arrivati, e così tanti da consentire operazioni come quelle che poi abbiamo visto. Daniel Schmitt, il numero due di WikiLeaks, è stato cacciato da Assange proprio perché voleva capire da dove fossero piovuti tutti quei soldi, e come mai così all’improvviso: scrupoli che l’australiano non ha gradito. WikiLeaks, nato come un progetto indipendente, povero e dai nobili intenti, col tempo si è guadagnato credibilità nel mondo della ‘libera informazione’, diventando una risorsa molto preziosa, un ‘asset’ ideale per chi volesse compiere un certo tipo di operazioni: bastava sostenerlo e manovrarlo a dovere. A quel punto sono arrivati sia i finanziamenti che le informazioni: non penserete mica che i cablogrammi arrivino dagli hacker! Quella è tutta roba passata da persone interne all’establishment: e non parlo del soldatino Bradley Manning, ma di organizzazioni ben più potenti.

Quali? Servizi segreti? Lobby finanziarie?
C’è chi tira in ballo la Cia, chi il Mossad. C’è chi parla di George Soros, il magnate americano che finanzia tutto e il contrario di tutto. C’è chi parla della potente organizzazione cyber-criminale russa Rbn (Russian Business Network, ndr). Difficile dire chi abbia ragione: forse tutti.

di Enrico Piovesana per PeaceReporter

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