Sciopero dei calciatori???

Aristoteles, la "perla negra"

E’ uscito ieri 11 settembre su Repubblica un bell’articolo di Maurizio Crosetti, dal titolo “Il sindacato dai piedi d’oro. 42 anni di lotte impopolari”, sullo sciopero indetto dai calciatori il 25 e 26 settembre e anche più in generale sul sindacato dei calciatori. Lo trovate più sotto.

Mi sono letto buona parte dei motivi per cui i calciatori vorrebbero incrociare le braccia…ehm, pardon, le gambe. In realtà molte ragioni le condivido. Tuttavia penso che una azione forte come lo sciopero la dovrebbero lasciare per altre questioni. Rischiano di passare per i bambini viziati a cui hanno tolto il ciuccio e che frignano fastidiosamente. In una Italia dove le fabbriche chiudono e la gente non arriva a fine mese, che i calciatori scioperino mi sembra davvero troppo.

E non è perbenismo, ma solamente buon senso.

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L’ uomo non era ancora andato sulla Luna, e l’ avvocato Sergio Campana era già il sindacalista dei calciatori. Stiamo parlando dello stesso Sergio Campana di oggi, non di suo padre, non di suo nonno. Egli fondò l’ Associazione Calciatori il 3 luglio 1968, più che un anno un marchio, un’ ideologia e un simbolo. E meno di dodici mesi più tardi, già minacciava lo sciopero (11 maggio ‘ 69, contro una possibile e poi cancellata diminuzione degli stipendi): un piccolo passo per un uomo, un grande balzo per l’ umanità pallonara.

Il punto, da 42 anni suonati, è sempre lo stesso: la parola “calciatore”, la parola “sindacato” e soprattutto la parola “sciopero” possono essere scritte nella stessa frase, e magari nella stessa riga? Come la prenderà la gente che lavora davvero? Quanto è ampia e affilata la forbice tra diritti (sacrosanti, qui si parla di lavoratori dipendenti seppure, alcuni di loro, milionari e già miliardari) e doveri? Come si fa a dimenticare i privilegi? Infine, ragazzi: ma i ricchi scioperano?

Non sono domande, sono cortocircuiti. Per questo, l’ eventuale sciopero dei calciatori è impopolarissimo, una vera anomalia,e ripugna non solo i presidenti che pagano ma gli stessi atleti degli altri sport, che rosicano a torto o a ragione. Insorgono olimpionici ed ex (Chechi, Cassina, Galiazzo, Pellegrini), mentre l’ uomo della strada ha la forte tentazione di rivolgere agli eroi in mutande lo stesso coro che ogni tanto si alza dalle curve, non per consapevolezza socio-politica ma per delusione sportiva. Quel coretto che fa: “A lavorare/andate a lavorareee“.

Il buon Campana (non è certo tra i falchi del sindacato, e nel tempo ha avuto al suo fianco bandiere indelebili come Mazzola e Rivera), ha minacciato lo sciopero una dozzina di volte, e in un’ occasione il lupo si è davvero materializzato dopo tanto invocarlo: era il 17 marzo 1996, e il pallone smise di rotolare per la mancata soluzione dei parametri legati alla legge Bosman, per il diritto di voto al Coni e per la C2.

Il resto della storia è solo uno spostamento di lancette: partite cominciate in ritardo (probabile epilogo anche stavolta), azioni più che altro dimostrative e sempre con il profondo fastidio dei tifosi, cioè dei veri sponsor dei calciatori: se non si abbonassero alle tivù, addio stipendi milionari.

Va detto che, negli anni, i motivi delle proteste non sono stati quasi mai economici ma più spesso normativi, oppure di solidarietà verso calciatori strapazzati dai club. La possibilità di rifiutare o meno un trasferimento scaldò gli animi già nel ‘ 74, quando tal Augusto Scala non accettò di passare dal Bologna all’ Avellino (le partite quella volta cominciarono con un quarto d’ ora di ritardo).

A volte, il sindacato ha preso le parti dei giocatori di serie inferiori, non pagati o pagati in ritardo, ma si è arrabbiato pure per il mancato adeguamento dei massimali Enpals o, più genericamente ma sempre a effetto, “contro la violenza nel calcio”. E se non si deve dimenticare che nonno Campana rappresenta non solo Ibra o Del Piero, ma anche atleti sconosciuti, che magari vedono lo stipendio ogni tre mesi (però, la media lorda in serie A si aggira attorno ai 700 mila euro all’ anno), neppure si può ignorare il contesto sociale in cui cadrebbe l’ eventuale sciopero: cioè l’ Italia delle fabbriche chiuse e dei cassintegrati, della crisi maledetta e dei fumogeni contro i sindacalisti veri.

Infine, bisognerebbe farlo sapere a Marchionne. Il quale, durante i mondiali, disse che a Termini Imerese si era scioperato solo per vedere Italia-Paraguay; a parte il fatto che era meglio lavorare e risparmiarsi la pena, come glielo spieghiamo a Marchionne che quelli che forse scioperano (per finta) per vedere una partita poi non la vedono, perché quelli che dovrebbero giocarla invece scioperano sul serio?

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